KOBE’S MELTDOWN

KOBE’S MELTDOWN

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Warning: quest’articolo non vuole in nessun modo giudicare la carriera di Kobe Bean Bryant, ma solo essere una riflessione sull’ultima parte della stessa.


Meglio levarsi subito il dente. Kobe adesso fa schifo. Statisticamente è tra i peggiori giocatori di SEMPRE della Lega( dettaglierò più avanti ).

Chiariamoci ancora meglio, queste righe non sono scritte da un hater, né da un tifoso dei C’s, ma da un ammiratore non sfegatato di una delle prime 3 guardie della storia del Gioco, deluso, però, dall’epilogo che sta prendendo la sua carriera.

Ora, appurato che Kobe ha inciso con fuoco ed a caratteri cubitali la sua impronta sulla storia, non è che non si possa parlare di cosa è diventato.
Non è solo colpa sua, sia ben chiaro, e non è neanche l’unico nella storia che non si sia reso conto che semplicemente certe cose non si possono più fare.

La pulsione che ha spinto Pat Ewing verso i Seattle Sonics prima e i Magic poi, o la sensazione di mancato rispetto che ha portato Hakeem Olajuwon verso i Toronto Raptors, sono sentimenti paragonabili a quelli che costringono Kobe a tirare ogni cosa gli passi per le mani. Quella voglia mai doma di dimostrare a tutti d’esser il migliore. La stessa che l’ha reso così grande e mai soddisfatto dei successi raggiunti.

Il punto che è sempre parso che il Mamba giocasse ad un gioco individuale, solo ed esclusivamente per affermare se stesso e la sua grandezza, e solo quando incidentalmente i suoi scopi ricalcavano quelli della squadra, allora ne abbia sposato la causa finale: la vittoria del titolo con tutti io sacrifici che comporta. Quando parlo di sacrifici nel mondo di Kobe non parlo di maggiore focus sugli allenamenti o della professionalità, ma il sacrificio, per lui, di dividere l’arancia coi compagni. Dividere i meriti della vittoria.

Anzi, se c’è un campo in cui indubbiamente, anche nelle parole dello stesso MJ, sia da considerare il più grande, è la dedizione al lavoro. L’intima convinzione che solo il constante allenamento sia la risposta a tutti i problemi sul campo. E questo non solo nei primi anno di carriera, ma soprattutto alla fine della stessa, quando il corpo incomincia a rispondere meno ed è ancora più necessario averne totale cura.


E qui arriviamo alla prima causa del suo improvviso declino. Una colpa non sua.

Kobe è stato un precursore, tra le prime superstar ad aver saltato il college ed ad avere, quindi, rispetto agli altri grandi, un chilometraggio sulle gambe molto superiore rispetto ai parti età, e del passato e del futuro.

Parlavo però di una colpa non sua. Basta, infatti, vedere come negli ultimi anni le franchigie più attente e vincenti siano premurose verso le loro superstar. Guardare le settimane sabbatiche che si è preso LBJ l’anno scorso, o la cadenzata gestione di Wade e di Dwight Howard, o ancora di più il meticoloso micromanagement del minutaggio che da anni Pop ha dei suoi big three.

Per Kobe non c’è stato niente di tutto questo, legato com’è ad un idea della pallacanestro passata, figlia della famosa frase di Larry Bird: “se puoi camminare puoi correre e se puoi correre puoi giocare a pallacanestro”. In questo simile ad Iverson, un altro che è passato troppo velocemente da stella a non esser neanche firmato da alcuna franchigia.


E visto che ci siamo andiamo alle altre colpe non sue.

Gli infortuni, che tra l’altro dopo una carriera praticamente mai inficiata da problemi fisici maggiori, l’hanno colpito ad un’età dove ritornare al al cento per cento è impossibile.

Ed Ancora: i Lakers. I Lacustri infatti (chiamati così perché provengono da Minnesota, regione dei grandi laghi) , sono ormai da qualche anno una franchigia disfunzionale. Senza una guida né ai piani alti ( dopo la morte di Jerry Buss) , né in panchina ( Byron Scott ha più volte dimostrato d’essere inadeguato).

Certo c’è il sospetto che Jeanie Buss stia trollando tutti ed abbia semplicemente pensato: diamo a Kobe il “contrattone”, tanto con lui non possiamo vincere, quindi tankiamo per 2/3 anni, manteniamo le scelte, non ci inimichiamo Kobe che potrà tirare ogni cosa gli passa per le mani. Poi il Mamba si ritira et voilà: avremo scelte, flessibilità al cap e una franchigia dove storicamente tutti vogliono venire. Perché se vuoi anche solo mantenerti in linea di galleggiamento non firmi i vari C. Boozer, Swaggy P. e L.Williams.


E qui una piccola riflessione sul contratto di Kobe andrebbe fatta.

Diciamo che io sono con lui, ma io ho un mutuo di 30 anni sulle spalle ed una casarella nei quartieri Spagnoli di Napoli; quindi se qualcuno viene e mi vuole ricoprire di soldi, vado all in e ne stappo una di quello buono.

Kobe? Anche.

Così concentrato nel suo ruolo di alpha dog della Lega ha visto nel contratto l’ennesima chance di autoaffermarsi, senza però capire che il contratto e la sua enorme incidenza sullo spazio salariale della squadra, lo avrebbero condannato ad annate in cui costruire qualcosa di buono sarebbe stato impossibile. Eppure abbiamo esempi di giocatori che han guadagnato in carriera molto meno di lui ed hanno rinunciato a bei soldi pur di giocare in franchigie con possibilità di vittoria. E non sto parlando delle piccole rinunce dei Big Three di Miami. Parlo di Mike Bibby nel passato, o di David West quest’anno.


E qui arriviamo al punto, alla fine di questo ragionamento: Kobe dovrebbe spiegarci che cosa sta facendo? cosa vuole dimostrare? il senso delle ultime 2 annate?

Parliamo di un giocatore che si è sempre definito uno “student of the game”, uno che cioè conosce il gioco nelle sue pieghe più recondite. Davvero essere uno studente del gioco si limita soltanto a far suoi tutti i movimenti di MJ? io credo che lui sia, in meglio, capace di ben altro.

Dov’è tutto l’amore per il gioco? dov’è la dimostrazione che ne abbia capito l’essenza e che lo rispetti? Perché ora come ora stai dimostrando d’essere un Marcus Thornton di 37 anni, uno Shabazz Muhammed, uno Swaggy-P qualsiasi. Ossia giocatori che non hanno idea di ciò che gli accade attorno, loro entrano e tirano, non curanti di nulla, né compagni né avversari.

Kobe pare esser intrappolato nell’idea che ha di se stesso. Sembra Donatella Versace, sembra Madonna, che a 57 anni ancora va ai concerti vestita in pelle simulando amplessi con l’aria.

E qui rimetto in ballo Iverson. Allen negli ultimi anni è scivolato via troppo velocemente. Si rifiutava di partire dalla panchina a Memphis. Mi è sempre parso un giocatore quasi autistico nella sua continua ricerca nel canestro. Ho sempre creduto che non sarebbe stato capace di riciclarsi in un ruolo più marginale, cosa che mi sarei aspettato da uno “student of the game” come Bryant.

Perché , e qui il mio dispiacere più grande, credo che il Mamba avrebbe ancora qualcosa da dare al basket, se inserito in un contesto di pallacanestro organizzata e virtuosa, soprattutto se fosse in grado di riciclarsi in un ruolo abbracciato da alcuni suoi pari, come Pierce, come Carter, come Nowitzki, come Ginobili.

Qui si torna alla sfortuna di non poter abbandonare una franchigia che ora non è in grado di esprimere un basket organizzato. Però non è solo sfortuna, perché Kobe nel destino degli ultimi anni dei Lakers ha inciso molto, e col contratto, come detto sopra e, soprattutto, con il suo modo di intendere il Gioco.

Perché quando, a fine partita con i Warriors, apostrofato sul suo tremendo 1/14 dal campo, ha risposto:

“Non sono molto preoccupato. I tiri andranno dentro. Potevo farne 80 stanotte, ma non avrebbe fatto alcuna differenza.. potrei farne 35 a sera e quanto saremmo? 3-11?”

allora ha dimostrato di capirci poco. Con la sua percentuale dal campo stagionale per farne 35 ci sarebbero voluti 55 tiri!!! E quando poi se l’è presa coi compagni, rei di non procurargli tiri puliti, allora ha incominciato a grattare il fondo.

Tant’è che anche un noto “studente del gioco” come Swaggy P. ha detto “non puoi giocare come nei videogame che prendi il tuo giocatore preferito. Bisogna passare la palla”.
Nick Young che per inciso, in 3 anni da compagno di squadra di Kobe, deve ancora fargli un assist.

Non credete che tra qualche anno, seduto in poltrona, Bryant darebbe via un braccio pur di non aver litigato con Shaq e vincerne un altro paio? Non credete che rimpiangerà il modo in cui ha giocato, sinora, quest’ultima stagione?


Ma quanto male sta giocando Kobe?

Statisticamente sta usando il 28% dei possessi offensivi dei lakers, ossia è quello che in gergo viene detto un high volume shooter. Il suo 31.1% dal campo con almeno 10 tiri tentati a partita dall’introduzione dei 24 secondi nel 1954, è in secondo dato peggiore di SEMPRE.

Il PER di Kobe è il secondo peggiore di sempre, ancora. Curiosamente il peggiore è quello di Mudiay, diciannovenne rookie di Denver.

Al di là delle statistiche quello che dispiace è vederlo forzare contested long-two, tiri da 3 con l’uomo in faccia, tutto questo senza mai neanche dar l’idea di voler difendere. E questo accade quando in squadra hai due rookie promettenti, Randle e Russel, che avrebbero bisogno di un “mentoring” simile a quello che KG sta avendo su KAT e Wiggie.


Ci sarebbe tanto ancora da dire, ma ora basta.

Godiamoci il farewell tour di questo straordinario atleta, sperando che sia lui il primo a rendersi conto che continuare la stagione così sarebbe quantomeno una macchia su tutto quello che ha raggiunto in una carriera straordinaria.

Perché Kobe è l’ultimo del draft del ’96 a calcare ancora i campi, perché quando si ritirerà finirà un epoca in cui esistevano ancora le shooting guards, in cui i centri erano settepiedi, in cui le ali forti dominavano la lega in post, in cui non esistevano le parole pace, PER…

 

Ed un ultima preghiera: che faccia parte del gruppo che andrà alle olimpiadi nel 2016.


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Da sempre amante dei perdenti, dei reclusi, del talento sprecato. Tifo Minnie da quando JR Rider mi rapì il cuore, per il resto il Jazz, John Lansdale, J. Carpenter e Derrick Coleman mi han date le coordinate per muovermi nel mondo. Detto America perché, cristo!, gioco meglio degli americani. yo mama!

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