FROM JAIL TO THE NBA: LA STORIA DI CARON BUTLER

FROM JAIL TO THE NBA: LA STORIA DI CARON BUTLER

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Racine, Wisconsin. Inizio anni ’90.

Un ragazzino di 11 anni come tanti, si aggira per le strade del suo quartiere. Il pischelletto gioca per le strade, vive la sua spensierata infanzia e si gode la pubertà tranquillamente, lavorando come “paperboy”, ossia il ragazzo dei giornali.

No. Questa decisamente NON è la storia di Caron.


ADOLESCENZA

Butler da ragazzino non era per nulla spensierato, anzi. Dire che la sua infanzia è stata dura, potrebbe essere un eufemismo o una banale semplificazione. Il ghetto, o meglio the hood, divora le speranze di giovani uomini, cresciuti troppo in fretta nel modo e nel luogo sbagliato. “La fortuna è un fatto di geografia” canta la Bandabardò, e mai come a Racine il discorso è valido. Il crescere-troppo-in-fretta è stata infatti la prerogativa dell’infanzia di Caron e dei suoi concittadini.

Ad 11 anni ha iniziato a spacciare droga nel suo quartiere, faceva il “paperboy“, ma qui i giornali non c’entrano nulla. Il paperboy in gergo è il ragazzo che consegna la droga, quello che si sveglia alle 3 di notte per recuperare “la roba” e andarla a portare in giro.

It was… It was a way of life!

Era un modo per vivere, anzi, sopravvivere. Non certo il migliore, ma del resto le alternative erano poche. Come lui stesso racconta in un’intervista per la Fox, durante quel periodo era costantemente nervoso, impaurito, scoraggiato dal veder cadere suoi coetanei-amici-parenti sotto il fuoco di spietate gang per la supremazia del territorio.

Per sopravvivere in strada devi essere sfrontato, duro. Devi avere carattere. Il giovane Caron era all’altezza della situazione, ma costantemente nei guai. Un rapporto privilegiato con le manette, una sorta di “revolving door” che lo portava dentro e fuori dalle stazioni di polizia. Per l’esattezza 15 volte prima dei 15 anni. Finchè arriva la condanna ad un anno di reclusione, quando aveva appena 14 anni.

Quattordici.

Nell’armadietto della scuola che frequenta, la Racine Park High School, viene trovata una pistola calibro 32 e della cocaina dai membri del Bureau of Alcohol, Tabacco, Firearms and Explosives. La pistola era di Caron, la cocaina era di un suo amico, ma la “legge della strada” l’ha portato a tacere a riguardo.In una età dove mediamente i ragazzi si struggono per chi invitare al ballo, Caron era in un carcere per adulti, tra stupratori, assassini e rapinatori, affrontando situazioni estreme. Si trova in isolamente per due settimane, dopo una rissa con un detenuto membro di una gang. In queste settimane si trova solo a riflettere su se stesso, la sua vita e i suoi familiari.
Butler torna a Racine (2011)

I familiari, appunto. La madre di Butler non lo molla. Segue la macchina della polizia con la sua auto e dorme la notte nel parcheggio per non far sentire solo Caron. Per tirare avanti fa due lavori, e nonostante ciò non manca una visita al carcere nei giorni concessi. Lungo viaggio, veloce pisolino e via a lavorare.

Solitamente queste storie finiscono in 2 modi, nessuno positivo. O rimani intrappolato nella “revolving door” del carcere, o finisci six feet under. La storia di Caron è speciale proprio per questo motivo. Un epilogo tragico poteva porre fine alla storia già adesso, ma il suo carattere l’ha portato sulla strada della salvezza, assieme ad una passione che stava facendo breccia nel giovane Butler: il basket.

In poche parole strappalacrime, vi dico che la palla a spicchi gli ha salvato la vita.

Durante il periodo in galera Butler si avvicina sempre di più alla pallacanestro. La sua fame, la sua determinazione e quegli attributi enormi che si porta a spasso, hanno fatto il resto. Reso fragile dall’esperienza della prigione, lui stesso, nel raccontare quel periodo, si descrive come un uomo (pardon, ragazzo) distrutto. Scriveva lettere molto forti ai familiari e si rendeva conto sempre di più che la sua vita doveva avere una svolta, qualcosa doveva cambiare. Specie dopo che la madre saltò una delle visite in carcere per vedere il figlio.

E qualcosa cambia.

Uscito di prigione, Caron decide di non volersi trovare più nei guai. Si rimbocca le maniche, si mette divisa e grembiule ed inizia a lavorare in un Burger King. Riesce così a dimostrare alla sua famiglia che ha capito la lezione. Un anno, almeno un anno lontano dai guai.

Ma sono i guai a bussare alla porta di casa.

Bussare per modo di dire, ma a casa lo sono andati a prendere per davvero. La notte del 22 gennaio del 1998, quindi non ancora diciottenne, la task force circonda la casa di Butler e sfonda la porta. Agenti ovunque, in cerca di qualcosa che Caron ha abbandonato. Eppure nel garage trovano 15.3 grammi di crack.

La situazione precipita.

Una persona con dei precedenti rischia in automatico almeno 10 anni di galera. Caron lo sa bene, ed è molto preoccupato, perchè -come ribadisce anche nell’intervista- innocente, almeno questa volta. Lo sa bene anche il sergente di Racine dell’epoca, Rick Geller, che parlando con il suo diretto superiore, conviene che portare via il ragazzo sia un grosso errore. Quindi, nella procedura di schedatura fotografica, Caron non viene inserito.

In pratica, gli ha salvato la vita.

Dieci anni dopo nel 2008 i due si incontrano per la prima volta, e da allora non si lasciano più. Butler è riconoscente nei confronti del sergente, che ha creduto nella sua buona fede e gli ha dato un’altra oppurtunità.


COLLEGE

La pallacanestro una volta uscito di prigione è diventata parte integrante della sua vita. Dopo una breve esperienza al Washington Park High School, passa al Maine Central Institute. Ultimo step prima dell’altra tappa fondamentale nella formazione del veterano NBA che conosciamo: il college.

Molte erano le offerte per il promettente Butler. Molti i coach che sono entrati in contatto con lui. Ma uno, solo uno, è andato lì  sul posto, a Racine. Il suo nome è Jim Calhoun coach di UConn, Univeristy of Connecticut, conosciuti anche come “Huskies”.

Uconn_Huskies_logo2013Era lì, il coach di una delle più importanti squadre collegiali d’america, ad aspettare Butler nella palestra dove giocava. Nessuno si era spinto a Racine, nella malfamata Racine, conosciuta per crimini, droga e prostituzione, non certo per il reclutamento dei giocatori. Eppure, con le maniche della camicia marchiata Connecticut arrotolate, era lì ad aspettare il 17enne dal passato turbolento, la testa calda, il “bad kid“, come lo definiscono gli insegnanti e…i poliziotti.

Caron pensa che una cosa simile, nel suo quartiere, non era mai successa. E poteva essere una grossa cosa. Il sogno che tutti i bad kid della zona aspettavano per andar via da lì. E poteva, anzi, stava capitando proprio a lui.

Due sono le cose che convincono Butler a scegliere UConn. La prima, è appunto l’aver speso un intero giorno nel quartiere malfamato dove è cresciuto Caron. La seconda è che le intenzioni del coach andavano ben oltre la pura pallacanestro. Il rapporto instaurato tra i due sin dalle prime battute è partito nel modo più vero e schietto possibile. Non gli interessano le pubblicità negative, gli arresti, il passato oscuro. Gli interessa Butler, e basta.

“I’m not going to make you the best Caron Butler, the ball player, you can be. I’m going to make you the best Caron Butler you can be. Period.”

[“Non ho intenzione di farti diventare il miglior giocatore di basket possibile. Ho intenzione di farti diventare il miglior Caron Butler possibile.”]

Non serve altro. Caron sceglie gli Huskies.

L’inizio dell’esperienza è alla maniera di coach Calhoun, che cerca sempre di tirar fuori il meglio dai propri giocatori. Lui è un vincente, e sa come stimolare il “ragazzo di strada”, ossia con una sorta di “trash talking”. Precisamente -testuali parole di CB- il coach sta mad-dogging Caron. Dopo due settimane di allenamenti, il coach lo prende da parte e gli dice:

“You’d better slim down.”

Dovresti dimagrire. E non è l’unica cosa che gli dirà durante il suo primo anno. Il coach gli starà dietro su ogni piccola cosa. Fiato sul collo, sempre. Vuole far di Caron l’esempio. Tanto da far dubitare lo stesso Butler sul rapporto tra i due. Ma non era vero che il coach non lo apprezzava, anzi. Il coach stava semplicemente facendo il coach.

“I think he was talking about more than weight.”

Caron riconosce di essere un freshman un po troppo sicuro di se. Anzi, presuntuoso. Il riferimento a “slim down” non poteva essere solo al peso, no di certo. Era una questione di atteggiamento: meno trash-talker più go-to-guy. Una “semplice” questione di atteggiamento. La frequenza di questi richiami è costante, il coach lo vuole portare ad assumersi le responsabilità che ad un giocatore come lui competono.

Durante una partita, dopo due falli prematuri, il coach lo richiama in panca e gli urla in faccia:

“You want to be a leader of the team?” … “Then you have to do a lot of things that you’re not doing. You have to humble yourself. You have to be willing to understand that as you grow, we grow.”

Butler e coach Calhoun

I tentativi di responsabilizzarlo portano notevoli frutti. Il giovane promettente non ci mette molto per diventare determinante nei meccanismi di UConn. La prima stagione, da freshman, guida gli Huskies nelle categorie di punti (15.6) e rimbalzi (7.6). Tanto da far girare qualche testa al piano di sopra. Si parla di eleggibilità al draft, e puntuale parte la richiesta a coach Calhoun, che fermamente risponde:

“Look, trust me. It’s not time. You’re not ready yet.”

Altro anno a UConn.

Anno importante, dove conosce Andrea. Dopo una corte serrata, eccola finalmente accettare l’invito per un primo appuntamento. Ma dove portarla? Senza un soldo poi… La soluzione: Love&Basketball, un classico. Il fascino del VHS, preso da Blockbuster. Magari Fallirà pure, ma CB sarà sempre grato a Blockbuster. Quella ragazza diventerà sua moglie e gli regalerà 5 figli. Ma torniamo al basket…

Butler riesce a migliorarsi nella seconda stagione da sophomore, guadagnando il premio di giocatore dell’anno della Big East Player a pari merito con Brandon Knight. Le sue medie sono spaventose: 20.3 punti e and 7.5 rimbalzi ad allacciata di scarpe, che gli valgono la nomina di All-American nel secondo quintetto.

Fine anno, altro giro nell’ufficio del coach per parlare di draft NBA. Il coach lo sorprende, e nonostante ammetta che sia molto difficile perderlo, è giunto il momento.

“It would be really hard to lose you. But if I was you, I’d go. I’m giving you my blessing to move forward.”

Si va a bussare al piano di sopra.


NBA

Estate 2002, Draft NBA: “on the clock” alla posizione numero 10, i Miami Heat. David Stern annuncia il nome di Caron Butler. Otto anni dopo essere uscito di galera, inizia l’avventura NBA, che lo vedrà girare tantissime squadre, in ordine:

YEAR TEAM
2002/04 Miami Heat
2004/05 Los Angeles Lakers
2005/10 Washington Wizards
2010/11 Dallas Mavericks
2011/13 Los Angeles Clippers
2013/14 Milwaukee Bucks
2014 Oklahoma City Thunder
2014/15 Detroit Pistons
2015/oggi Sacramento Kings

Ormai veterano, in tutti questi anni si è tolto parecchie soddisfazioni. Selezionato per l’all star game del 2007 e 2008, raggiunge l’apice della carriera nel 2011: nonostante abbia saltato i playoff per infortunio, conquista il titolo con i Dallas Mavericks.


Butler è un raro esempio di ragazzo cresciuto in un’ambiente difficile che, grazie alle sue potenzialità e la sua forza d’animo, è riuscito ad uscirne. Ha fatto carriera nella NBA, si è fatto rispettare in giro per l’America. Deve letteralmente la sua vita e il suo successo a delle persone incontrate lungo il cammino: il sergente Rick Geller, il coach John Colhaon, sua moglie Andrea. Ma anche alla sua famiglia. Caron non dimentica da dove è venuto e cosa ha fatto per arrivare fin dove è arrivato. È molto attivo nella comunità per aiutare i meno abbienti.

Inoltre, sempre ricordando la sua esperienza lavorativa nei fast-food, ha acquistato 6 Burger King in giro per l’america. Sapeva di non poter tornare in prigione, non importa quanto il richiamo del denaro facile fosse allettante.

Lungimirante.

Nel Bray Community Center a Racine, dove ha iniziato a giocare a basket, c’è una foto di 21 uomini, alcuni suoi ex compagni. Tutti erano sotto l’età di 25 anni, ed oggi sono tutti morti.

Ma forse la maggiore esperienza formativa l’ha ricevuta a UConn, dove ha trovato una vera e propria “famiglia”. A distanza di anni C.B dichiarerà che, anche se coach Calhoun è andato nel suo quartiere per reclutarlo, la verità è che lui ha avuto bisogno del coach più di quanto il coach avesse avuto bisogno di lui. “He was recruiting me to his school to play ball. But the truth is, I would end up needing him more than he needed me”. Niente di più vero. “I became a man at UConn. I met the love of my life here.”

“Bad kid” or not.

 

Per approfondire:

Intervista FOX:

Articolo Plater Tribune:

http://www.theplayerstribune.com/caron-butler-uconn-huskies-of-honor/

NB:
Per questa sua adolescenza turbolenta, Butler è stato inserito nella top5 dei giocatori con cui non vorresti litigare (clicca per link)

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Ingegnere, emigrato, fondatore, giocatore. Ha imparato prima a stoppare che ad usare i congiuntivi a scuola.

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