CHANGES

CHANGES

postato in: Milano, SemiPro | 0

Quando ti si presenta l’occasione giusta, devi coglierla al volo. Anche se questo vuol dire andare a vivere a 750km da casa, lasciare i tuoi amici, la tua città e le tue confortanti ma impantanate abitudini. La prima cosa che ho pensato quando ho messo piede a Milano -ormai due estati fa- era di trovare una squadra per l’anno successivo: ricerche in internet, contatti pescati qua e la, vecchi amici, nuove conoscenze al campetto, addirittura sconosciuti fermati in uno stand di pallacanestro durante una manifestazione sportiva in strada.

20140906_191254
playground – Indipendenza

Non riuscivo ad immaginarmi senza basket. Non io, non adesso, non dopo una finale persa… Ma i cambiamenti imputano anche una crescita, capire le priorità, capire dove investire il 110% delle energie. Crescere vuol dire fare delle scelte, e la mia è stata quella di abbandonare la pallacanestro giocata -nonostante avessi avuto comunque l’opportunità di giocare (lo sconosciuto dello stand)- dando totale priorità al lavoro, principale motivo della mia “emigrazione” al nord.

cesto
diversivi #1

L’entusiasmo per il nuovo lavoro e per la tanto sognata convivenza, in una casa (in affitto) tutta mia (nostra), unita ad una irripetibile combinazione di colleghi, ha fatto sì che della pallacanestro io riuscissi agevolmente a dimenticarmene.

Tutto falso. Solo la parte sulla pallacanestro, sia chiaro, il resto bene. Ma dentro mi bruciava ancora quel fuoco che non riuscivo in alcun modo a spegnere. Come fossi in astinenza, avevo bisogno della mia dose quotidiana di pallacanestro, anche se seguire la NBA, il fantabasket ed il canestro/cesto dei panni sporchi non erano abbastanza come “diversivo”.

20141124_202703
diversivi #2

Il mio “ossigeno” era diventato improvvisamente rarefatto, solo episodiche e sporadiche occasioni mi facevano rifiatare. Un paio di rimpatriate a Napoli ed una partitella a Monza con amici di un mio collega. Ma non basta, anzi… l’acqua buttata su quel fuoco diventa benzina, alimentandolo ulteriormente.

Arrivato il periodo estivo, comincia la stagione del playground -attesa come mai prima- poichè affrontata per la prima volta da free-agent, ma soprattutto trascorsa in dei campetti che non conosco e non mi conoscono.

Le prime partite sono imbarazzanti: la forma fisica è tenuta ad un livello decente soltanto dall’uso quotidiano della bicicletta, la posizione fondamentale basso sulle gambe solo quando passo l’aspirapolvere e il tricipite utilizzato solo per lavare i piatti. In campo invece il tiro è ben lontano dall’essere efficace e la rapidità di piedi è pari a quello di un ballerino di mazurka ottantenne.

Faccio pena. Basta, ho chiuso. Ma non posso mollare giocando così di merda, ci riprovo. E piano piano la situazione migliora: il tiro entra, qualche giocata riesce, la forma fisica migliora. Quegli episodi sporadici diventano più  frequenti, coinvolgo i colleghi in un campo vicino l’ufficio in un simpatico incontro settimanale, ma soprattutto continua la presenza al campetto, dove cresce anche il rispetto nei miei confronti tra i ragazzi, segno che qualcosa di buono sto facendo. Mi iniziano a scegliere con consapevolezza, non per caso. Ricevo addirittura una telefonata per partecipare ad un torneo come “rinforzo” per alzare il livello, da parte di uno di cui nemmeno avevo il numero.

via Moscova
playmore – via Moscova

Intanto faccio amicizia con un ragazzo -Mattia- che diventa il punto fisso nelle squadre del weekend. Feeling nato in campo e proseguito nel corso delle settimane, tanto che dopo aver vinto il campionato di prima divisione mi porta ad un allenamento con la loro squadra. Tutto bene, ne riparliamo a Settembre.

E’ scattata la scintilla, voglio tornare a giocare. Basta tentare di sopire quello che tanto non riesco a mettere a tacere. Faccio un altro giro di valzer, ancora qualche sacrificii -non quelli di un tempo ovviamente- per quello sport che si è preso tanto, ma mi ha dato tutto.

Quindi a settembre di quest’anno  parlo con il coach della GSQSA (Gruppo Sportivo Quartiere Sant’Ambrogio), la squadra in cui mi ha portato il mio amico Mattia. Serve uno “esperto” per dare una mano ad una squadra molto giovane, gli spiego la situazione e per lui va bene. È fatta.

Vorrei usare termini adatti per spiegare cosa vuol dire dopo un anno di inattività prendere una decsione del genere. Ma forse bastano due parole, che qualcuno più famoso di me qualche annetto fa ha messo accanto, creando un clamore senza pari nel mondo dello sport. Scimmiottando la leggenda, vi dico con immensa gioia e un pizzico di commozione:

I’M BACK

Segui Massimo Mele:

Ingegnere

Ingegnere, emigrato, fondatore, giocatore. Ha imparato prima a stoppare che ad usare i congiuntivi a scuola.

Ultimi messaggi

Commenta l'articolo