81 – IL GIORNO IN CUI VIDI LA STORIA (BY DEVEAN GEORGE)

81 – IL GIORNO IN CUI VIDI LA STORIA (BY DEVEAN GEORGE)

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What the hell did we just witness?

Comincia così il racconto di un diretto testimone di quella magica serata, quella in cui, nel 2006, Kobe spazzava via i Raptors, ed ogni tipo di record realizzabile ed immaginabile da ogni bipede antropomorfo (cit. Buffa) che si approccia -in maniera più o meno seria- al gioco della pallacanestro.

Il testimone è un suo compagno di squadra dell’epoca, il suo nome è Devean George. Vincitore di 3 anelli nell’epoca Shaq-Kobe con la maglia gialloviola, ottimo comprimario; descrive la sua testimonianza in un articolo per il “The Player Tribune”.

Il racconto parte dalla fine, dall’euforia incontrollata nello spogliatoio, una volta completata la performance. Lui, Luke Walton e Bryan Cook erano impazziti di gioia, si davano il cinque a vicenda, saltavano sulle panche, maglia risvoltata sulla  testa, salti petto-contro-petto…. dei bambini insomma.

“Did this dude just do that? Really?”

Ma ecco che rientra anche il protagonista nello spogliatoio. La sua faccia non era quella di chi aveva compiuto la seconda migliore prestazione personale nella storia della Lega. Era sornione, un sorrisino gli passava per la faccia. Sembrava tornato da una riunione in ufficio, o al più, aver avuto un gratta e vinci fortunato.

Da mito a mito, ecco che entra anche coach Phil Jackson. Uomo di poche parole, mai banali… scruta lo spogliatoio, ed una volta incrociato lo sguardo di Kobe, gli rivolge la seeguente frase:

“Hey, Kobe … I think that shoulder’s gonna need some ice.” Phil Jackson

Poche parole, mai banali.


Passiamo alla partita. Era un giorno normale, di una qualsiasi partita pre-all star game.

“When I re-watch this game now, 10 years later, I see a Kobe Bryant who’s testing his limits — like, really pushing them — as a scorer.”

Lo Staples center non era pieno. L’unica cosa che non era normale era Kobe. Era il Kobe del 2006. Quello non era un giocatore “normale”, riusciva ad essere addirittura esagerato da tutte le versioni di Kobe che abbiamo avuto modo di conoscere fino a quel giorno. Era l’anno dei 31 di media, era l’anno dei 62 punti in 3 quarti di gioco contro Dallas. Era mai come quell’anno, l’anno di Kobe, anche se non vinse l’MVP della stagione (è uno scandalo, ma anche un’altra storia…).

George racconta che in quella partita Kobe stava testando i suoi limiti, in particolare quelli di realizzatore. E a chi gli chiedeva se si aspettasse un exploit del genere, Devean risponde che, sia per lui che per i suoi compagni, non era una questione di “SE” ma di “QUANDO regalasse al mondo una performance simile.


PRIMO QUARTO

Devean comincia il racconto vero e proprio della partita. Il primo quarto di Kobe inizia a bucare la retina con un paio di semplici layup per cominciare il match, seguiti da un jumper ed altri due punti facili. Conclude il primo quarto con 14 punti. Il monito che George lascia ai “ragazzini” è tanto semplice quanto difficile da realizzare:

-A word to the kids: Don’t give superstar scorers easy early buckets. Just don’t do it.

Si perchè questo non fa altro che buttare benzina sul fuoco. Piuttosto fategli un fallo -anche duro- ma non lasciate “accendere” una superstar già dal primo quarto di gioco.


SECONDO QUARTO

C’è chi crede che i Raptors erano una sorta di “vittima sacrificale”, invece non tutti ricordano che all’intervallo Toronto era in vantaggio 63-49, ed il trattamento riservato a Kobe era quello delle “maniere cattive”, non lasciandogli campo aperto come si può pensare.
Inoltre, George racconta che il secondo quarto, a distanza di anni, è stato per lui imbarazzante da riguardare: Kobe era l’unico che giocava con energia ed intensità, mentre tutti gli altri (lui compreso) sembravano in letargo.

Dopo un timeout, Kobe prova a smuovere i compagni con un po di incitamento:

“C’mon, let’s pick it up. They’re about to crack. We’re getting there. Pick up the energy.”

In realtà era lui che si sentiva caldo, e magari avrebbe preferito dire “Passatemi la palla c***o, sono in striscia!”. Fine primo tempo, Bryant era a quota 26. Un buon primo tempo, niente di eccezionale, nessun record.

Per adesso.


INTERVALLO

Negli spogliatoi, Phil prova a smuovere la squadra: i ragazzi annuiscono.  Ma Kobe rimase in silenzio. Sembrava incazzato, odiava stare in svantaggio. Questo era solo il preludio a qualcosa di impensabile… una sorta di quiete prima della tempesta.


TERZO QUARTO

E la tempesta comincia nel secondo tempo. I Lakers vanno subito sotto di 18, ma secondo George, è proprio in quel momento che ci fu il punto di svolta decisivo del match. Il momento coincise con un canestro in particolare: il suo 44esimo punto, marcato stretto, decisamente stretto da Patterson, che praticamente era dentro i suoi pantaloncini: un paio di palleggi verso il fondo, due finte per creare separazione e tiro. Solo rete, in più subendo anche fallo. Partita ancora sul -9 e folla ancora non totalmente dentro la partita. Non ancora.

Questo ricordo è usato da Devean come spunto per raccontare il suo pensiero su Kobe: il motivo per cui è uno dei più grandi di sempre è la sua capacità di fare cose nuove ogni sera, adattando il suo gioco all’avversario che ha di fronte. La differenza tra un giocatore normale e Bryant è che lui può provare determinati movimenti la sera o 20 minuti prima del match, per poi ripeterle durante la gara.

Ed è proprio questo che è successo in partita. Il tiro contro Patterson non è un caso. Anche se quel tiro risulta forzato, non è per nulla ad alta percentuale, e probabilmente la gran parte dei giocatori NBA non è in grado di metterlo, per Bryant è comunque importante allenarlo. Per questo motivo prendeva il buon George dopo gli allenamenti e chiedeva lui di difendere un centinaio di volte quel tipo di movimento.

Tornando alla partita, il terzo periodo si chiude con i Lakers in vantaggio per la prima volta dal primo quarto di gioco, dopo che Kobe (sull’85 pari) ruba palla a Calderon e chiude il contropiede con una schiacciata rabbiosa.


QUARTO QUARTO

All madness was about to let loose

Kobe inizia l’ultimo periodo con 53 punti. La follia ha inizio.

Ne metterà 28 negli ultimi 12 minuti, segnando praticamente tutto quello che tira.

George ricorda di non avere avuto percezione di quello che stava accadendo, pensava solo a mantenere alta l’intensità, perchè la partita era tirata. Fino a che non è costretto a tornare in panchina causa falli. In quel momento sente la folla che, riferendosi a Kobe, grida “M-V-P, M-V-P!”. Uno sguardo al tabellone: Bryant 67.

“Wait, he’s got 67?! And we’ve still got half a quarter left? That can’t be right …”

Il delirio del pubblico è causato dall’inizio folle del quarto da parte del Mamba: 3 triple, poi un’altra con fallo e una schiacciata. “…AND THE CROWD GOES… BANANA”.

Il tabellone intanto recita il primo record della serata, ovvero quello di maggior punti realizzati da un Lakers in una singola partita, appertente ad Elgin Baylor. Ma erano altri tempi, il 1960. I Lakers erano (opportunamente, visto il nome) a Minnesota. Il record era di 71, e per 46 anni era rimasto inviolato.

La partita si chiude con la standing ovation dello Staples per Kobe. Ma in piedi, virtualmente in quella standing ovation, c’era ogni singolo appassionato di basket, ogni ragazzino, ogni compagno o avversario di Bryant. Tutti eravamo in piedi ad applaudire quella prestazione, con gli occhi increduli ma la consapevolezza di essere stati testimoni della seconda performance di sempre. Oggi, come 10 anni fa:

WE ARE ALL WITNESS

Fonte: http://www.theplayerstribune.com/devean-george-kobe-bryant-81-point-game/

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Ingegnere

Ingegnere, emigrato, fondatore, giocatore. Ha imparato prima a stoppare che ad usare i congiuntivi a scuola.

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